di Giorgio Billeri
Un sibilo nelle orecchie. Non trovi la posizione nel letto. Le gambe indolenzite, fitte come scariche elettriche ai piedi. In bocca un sapore che vorresti dimenticare, con tutte le sigarette inutili che hai fumato e l’alcol, altrettanto inutile, che hai bevuto. Dalle imposte semichiuse filtra la luce livida e gelida della mattina del primo gennaio. Un botto in lontananza, l’ultimo. Triste, come in fondo adesso sei tu. Che non riesci a prendere sonno: vorresti dormire, girare pagina, archiviare quella felicità posticcia, aprire l’agenda del nuovo anno che ti aspetta lì, intonsa. Ma la testa ti martella. Poi dormirai, ti sveglierai ancora peggio di cosi. Eccolo, l’ultimo dell’anno: che ora hai fatto?
C’era traffico, sull’autostrada. Come illuminata a giorno da migliaia di fari. Migliaia di auto che fendevano la notte gelida e stellata: chissà perché, nella notte di San Silvestro raramente piove. Un serpentone di macchine, di ragazze in tacchi alti e vestiti conservati nell’armadio come le cose sante e mai visti prima, di ragazzi per una volta pettinati a dovere, i pantaloni buoni tolti dalla formalina, le scarpe lucide che ti facevano male, dentro le quali muovevi febbrilmente le dita intorpidite dal freddo, protette da calzini filo di Scozia troppo leggeri. Decine di migliaia di cuori che convergevano in Versilia, magari a Tirrenia, o al Ciucheba di Castiglioncello. Un posto dove dovevi essere, quasi per forza. Mamma, babbo non mi aspettate. E loro lì, a pensare sì, ormai è grande, ma sotto sotto preoccupati come sarebbero stati, fino alla fine.
“Dove vai l’ultimo dell’anno?” è stato il tormentone degli anni Ottanta, gli anni dell’edonismo, della vita da bere in un sorso, del meglio non pensare troppo e godersela. Non cosa fai, ma dove vai, non la voglia della festa, ma quasi l’obbligo: un tavolo in Capannina, un posticino alla Canniccia, uno strapuntino al Seven Apples o al Ciucheba costavano un occhio della testa ma, il giorno dopo quei luoghi rutilanti di luci e di strass erano l’anima dei racconti agli amici, ai familiari, la testa pesante, la bocca impastata da troppi drink cui non eri abituato e dall’inedita sveglia a pomeriggio inoltrato. Che ora hai fatto? Le sei, le sette, le otto, più tardi avevi raggiunto l’agognato letto, più alba avevi visto e più cresceva la tua considerazione del branco, più ti sentivi qualcuno o qualcosa, quasi eroico nell’aver sfidato e cavalcato la notte.
In fondo il tuo vero divertimento era durato un battito di ciglia, forse solo i venti secondi del fatidico conto alla rovescia che divideva l’oggi dal domani, l’anno che è stato con quello che verrà. Il resto era stato calca, sudore, musica che tambureggia nelle orecchie, I Will Survive di Gloria Gaynor e i Village People, mal di testa e quel trenino di allegria un poco forzata, Brigitte Bardot-Bardot che partiva ad un certo punto, con le signore non più ragazze come morse dalla tarantola e i mariti perplessi, rassegnati a girare attorno alla pista come criceti sulla ruota.
Parlare, in quella bolgia, era la vera impresa. Conoscere qualcuno, magari un nuovo amico, magari la donna della tua vita, una missione ai limiti dell’impossibile. Perchè c’era troppo rumore, troppo clamore, troppe urla e risate forzate, troppe gomitate, quegli immensi sudari in cui convergeva mezza Toscana erano il tempio del divertimento posticcio, che costava centinaia di migliaia di lire lasciandoti, alla fine, il retrogusto dolceamaro di esserci stato, ma senza ricordare molto.
Prima degli anni Ottanta, San Silvestro era stata una festa intima, vissuta in casa, con i parenti, gli amici più stretti. Col cenone infinito, le lenticchie che non avresti più mangiato fino all’anno successivo, lo spumante non champagne un poco sgasato, l’amaro, i giochi di società, i temutissimi datteri che davano dipendenza, la lotta con il sonno. Il conto alla rovescia scandito dalla televisione, il brindisi, la corsa in giardino per vedere la città ammantata di esplosioni. Chi se lo poteva permettere passava la notte più lunga in montagna, nell’incanto bianco. Gli altri in città, freddo e stelle, aspettando qualcosa di nuovo senza troppo crederci.
Oggi, cicli della vita e della storia, le feste in casa sono tornate. Pochi ormai spendono cifre sanguinose per uno strapuntino in un locale della Versilia o di Castiglioncello, le feste di piazza, tutti insieme aspettando l’anno che verrà, hanno sostituito il tavolo con le bollicine e i Village People, perché i tempi sono difficili, e anche San Silvestro esige rigore. Lungo l’autostrada non ci saranno più migliaia di auto a trasportare migliaia di giovani speranze, assetate di pista, di stroboscopio, e di sensazioni a volte fasulle. E tanti sono tornati a scandire il count down alla televisione, o a sfidare il gelo in piazza. Chissà, forse non è un male











