di Giorgio Billeri
Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la stanno perdendo, e te ne fanno una colpa…” Chissà se Rudyard Kipling, premio Nobel per la letteratura, sarebbe andato a cena con Roberto Venturato e Andrea Diana. Probabilmente sì, avrebbe accettato: e davanti a un bicchiere di bianco e a un buon piatto di pesce avrebbero parlato, i tre. Magari non di calcio e di basket, perché il grande scrittore inglese, autore di una delle più belle poesia della storia, “Se”, datata 1895, probabilmente non aveva la più pallida idea dei meccanismi che regolano il football, la pallacanestro, lo sport, il gruppo, lo spogliatoio.
Ma Kipling, in quella cena a tre, avrebbe capito che quei due signori seduti con lui hanno fatto propria quella poesia, ne hanno capito la potenza, la forza educativa, l’imponente messaggio. “Se” parla della forza devastante della pacatezza, della compostezza, dell’umiltà, dell’integrità, dell’autocontrollo. Il dominio della gentilezza, che non è debolezza, ma educazione, in un mondo spesso becero, eccessivo, scomposto, iperbolico come quello dello sport.
Ecco perché Kipling sarebbe uscito confortato da quella cena tra gentiluomini. Perchè trasportando la poesia nello sport, esercizio insidioso, che si regge su una tela di ragno ma che quando riesce è paradiso, Venturato e Diana sono i migliori traduttori in panchina di quei concetti così belli, puri, cristallini. Uno resta sempre lì, in piedi, pioggia o sole, caldo o gelo, con un cappuccio intriso di pioggia o una giacchetta ordinaria: sembra quasi un passante dai capelli candidi incuriosito da un passaggio di gabbiani. Non alza la voce, i gesti sono misurati, allarga appena le braccia, tratta gioia e delusione come due impostori. Questo signore veneto, dall’inflessione curiale, ha trasformato il Livorno e Livorno, inteso come città ed eterna passione che covava sotto la cenere aspettando di divampare. Con la forza della pacatezza e della saggezza. E’ diverso da Melani, da Jaconi, artigiani della panchina che qui meritano monumento equestre, eppure molto simile.
L’altro, Andrea Diana, ha vinto una partita quasi impossibile: essere profeta in patria, in una città che niente sconta e pochissimo perdona, che innalza e crocifigge in un battito d’ali. Livornese atipico, il coach della doppia elle: serissimo, grande lavoratore, un Verrocchio che nella sua bottega plasma, insegna, dipinge, alleva – magari – futuri Leonardo da Vinci. Saggio, nonostante gli appena 50 anni, un moto perpetuo in panchina, camicia bianca e maniche arrotolate di creatività frenetica eppure lucidissima. Ha lavorato come creta, prima sul mercato e poi sul parquet, un gruppo che ha dello stupefacente. Ha voluto la coppia di americani più forte del campionato, scelto nel sottoscala una pepita d’oro che è Matt Tiby, come l’alchimista dosa minuti, umori, acciacchi dei vecchi leoni cui ha assicurato la terza giovinezza (Filloy, Fantoni), regima il testosterone dei giovani (Tozzi, Filoni, Possamai), si affida ai saggi (Penna, Valentini, Piccoli). Sempre equilibrato, giusto, lucido nelle analisi, dando sempre merito agli avversari, piacevole nel parlare, le parole giuste, aspetto non banale nello sport.
Magari, lo sport è così, per Livorno e Libertas arriveranno, o torneranno tempi duri. Ma a Kipling non interesserà: quei due signori, seduti a cena con lui, hanno capito la sua poesia. E quindi, hanno già vinto.











