Prestigiosa recensione della poetessa Denata Ndreca: “Libro che ci fa sentire la vita”
“Correre è come raccontare una storia: ogni passo è una parola, ogni chilometro un capitolo”, diceva Haile Gebrselassie, ovvero l’uomo che volava.
Ed è ciò che si percepisce subito, dalle prime pagine de’ In equilibrio della linea azzurra di Valter Manunza(Arkadia 2025). Cercare di staccarsi dal cemento, di muovere dei passi che in un certo senso si alzano in verticale, dove Damiano – il protagonista – sembra che corre per ricordare. Un percorso e una traiettoria che attraversano un uomo e la sua memoria dentro una maratona, lasciando che il respiro, il sudore e la fatica facciano da bussola. Una scrittura ibrida, tra diario di corsa, memoir intimista e romanzo di formazione, dove la struttura narrativa è proprio la corsa, in cui realtà e ricordo oscillano e si mescolano come i passi in salita e in discesa. Parallelamente alla corsa, si fa strada il bambino che il protagonista è stato: quello che imparava a decifrare la paura come un linguaggio segreto. Ogni ricordo sembra un frammento ritrovato lungo il percorso, raccolto con cura e rimesso al suo posto. Corre – mentre lo attraversa nel petto un male pacato, si direbbe quasi educato. Manunza costruisce un testo in cui il corpo del protagonista è il vero archivio della storia: un corpo che ricorda più della mente, un corpo che non mente, che sussurra la verità del passato mentre avanza verso un traguardo che non è mai solo geografico. E poi il limite, o forse l’infinito. Qualcosa che ha incarnazione infantile. La maratona non è solo ambientazione. Ogni chilometro porta con sé una voce, un odore: i volontari che incitano il protagonista, le strade sconosciute che si popolano di figure sottili, i rumori della città che diventano rumori interiori. Il ritmo della corsa diventa una sorta di metronomo emotivo che scandisce la narrazione, ritornando sempre indietro. Ogni pagina è un’inquadratura. Una descrizione precisa, quasi maniacale. Non vi è traccia di spiegazione, ma esigenza di far sentire. Parla a chi corre ed a chi avrebbe voluto correre. Parla a chi ha amato. Il respiro, la memoria e il limite sono i tre nuclei tematici fondamentali del romanzo, dove la corsa non è un’attività sportiva, ma uno strumento, un metodo di conoscenza, dove le gambe del protagonista non sono un mezzo, ma una formula rituale – fatica, volontà e tempo. È frammentaria – la memoria, quasi involontaria. Un ritorno al passato che non segue la linearità della narrazione classica ma quella dell’associazione emotiva. La madre che la deve perdere per poi ritrovarla, il quartiere, la televisione in bianco e nero, le strade piene di ragazzi – rimangono l’ossatura identitaria del protagonista, che induce ad un’indagine sulla fragilità: chi siamo quando ci fermiamo? Chi diventiamo quando avanziamo? Il limite dove sta, fra morte e possibilità?
Il limite della vita e della corsa sono strade che convergono in un’unica direzione, in un’unica domanda: come si attraversa la vita senza smettere di sentirla?











