“Il clamore della scomparsa di Igor ha avvolto la nostra città come un immenso abbraccio fatto di commozione, lacrime, riflessioni e ricordi indelebili. Ognuno di noi ha reagito a suo modo, ma credo che tutti abbiamo trovato conforto nella partecipazione a un lutto collettivo che ci ha fatto percepire con più forza il senso di appartenenza alla comunità sportiva labronica.
Il giro di campo del feretro di Igor, accolto dall’affetto di circa 10.000 persone, mi ha riportato indietro nel tempo, a nove anni fa, quando anche a mio padre, Mauro Lessi, scomparso il 13 giugno, venne riservato lo stesso onore. Ad attenderlo c’erano alcune centinaia di persone, tra cui una squadra delle giovanili amaranto con il loro allenatore, un grande striscione appeso fuori dallo stadio, una rappresentanza di tifosi, alcuni vecchi amici, dirigenti e operatori del Livorno Calcio. Al termine della commemorazione, io e la mia famiglia uscimmo dallo stadio e ci venne incontro Igor: era trafelato, dispiaciuto di non essere arrivato in tempo, perché proprio quel giorno era giunto a Livorno Davide Nicola in bicicletta. Rimanemmo un tempo infinito a parlare con lui; ci regalò parole di conforto indimenticabili su come il ricordo di Mauro si sarebbe perpetuato nel tempo attraverso la sua storia di attaccamento alla maglia amaranto, che lo rendeva una leggenda del calcio labronico. Mauro, ogni domenica, si recava allo stadio da tifoso, dal suo solito posto in tribuna laterale, aveva potuto gustare le gesta di Igor, gioire grazie a esse del ritorno in Serie B e successivamente in Serie A del suo amato Livorno. Tra mio padre e Igor nacque un’amicizia che si nutriva di stima reciproca: si incontravano raramente, in qualche occasione di carattere giornalistico-sportivo, ma proprio quegli incontri erano momenti di confronto e di abbracci reciproci che saldavano ancora di più l’affetto che ognuno provava per l’altro, come se li legasse un filo rosso di appartenenza a un modo di concepire il calcio che era nella pelle di entrambi.
Quando Igor venne a sapere della terribile malattia di mio padre, lo invitò allo stadio per la partita Livorno–Siena: desiderava che, ancora una volta — forse l’ultima — i suoi piedi calpestassero quel palcoscenico erboso che lo aveva visto protagonista per ben 369 volte. Mio padre non se la sentiva: era molto indebolito dalle cure e aveva paura di non riuscire a scendere i gradoni della tribuna centrale, ma credo soprattutto temesse di emozionarsi troppo — Maurino voleva lasciare ai posteri il ricordo di un uomo forte, indomito, coriaceo. Igor fece di tutto per convincerlo, e noi completammo l’opera. In quella magica sera invernale, in cui purtroppo il Livorno perse 2 a 0, Mauro scese i gradoni lentamente e si recò per l’ultima volta sul campo dello stadio intitolato al suo grande amico Armandino, sorretto dalla forza degli applausi delle migliaia di tifosi che si alzarono in piedi per lui. Al centro del campo c’era Igor che lo aspettava, sventolando una maglia creata apposta per lui, con il suo nome stampato e il numero delle presenze. Un gesto d’amore da Capitano a Capitano, un gesto che sanciva un patto tra due uomini che avevano reso gloriosa la maglia amaranto. In quel momento ho capito che mio padre, nel ringraziare Igor, gli stava lasciando un’eredità morale: lo aveva scelto come figlio putativo per trasmettergli tutti quei valori sportivi — l’amore per la sua città e per la maglia amaranto — che avevano contraddistinto l’intera sua carriera da calciatore.
Caro Igor, questo regalo che hai fatto a mio padre negli ultimi mesi della sua vita ci ha fatto capire che non sei stato solo un Campione, ma un uomo speciale, portatore di tutti quei valori sportivi e umani che hanno caratterizzato la tua esistenza. Sono orgogliosa di averti come concittadino onorario, e il tributo che un’intera città ti ha reso, ti ha consacrato come una delle leggende del mondo sportivo livornese.
La tua famiglia sarà orgogliosa di te come io lo sono di mio padre”











