di Giorgio Billeri
Quanta Livorno c’è. Quanti volti, quante storie, quante speranze. Ragazze e ragazzi con occhiali scuri, sorrisi, cuffiette e cartelli multicolori, anziani dal passo malfermo ma fiero, lavoratori, anche qualche passeggino. Migliaia di persone, c’è chi azzarda diecimila, difficile quantificare questo serpente allegro ma solenne che si srotola da piazza Cavour agli scali Manzoni, da via Grande a Piazza della Repubblica, fino a sfilare davanti a Palazzo Civico, tre ore dopo, con l’enorme bandiera della Palestina issata sul terrazzo della casa comunale. Il sole autunnale, bellissimo, regala uno sfondo azzurissimo a un corteo pieno di rosso con macchie di amaranto, che non può mancare mai in questa città.
Questa è la mattinata, questo lo sciopero, la mobilitazione, la protesta contro guerra, riarmo me soprattutto carovita. Un termine che torna, prepotente purtroppo, dopo più di mezzo secolo, e con le stesse sembianze: era il 1973 quando l’Italia si fermò, immobilizzata dalla crisi energetica, dal costo pauroso del petrolio che, a cascata, ridusse il potere d’acquisto delle famiglie. Oggi la storia si ripete, con quella parola, carovita, che si accompagna anche agl.i scenari di guerra.
Livorno sa quanto gridare, quando compattarsi. Nemmeno l’Usb, organizzatore dello sciopero generale, si sarebbe aspettato una risposta del genere: un’invasione del centro città, pacifica per fortuna, senza incidenti né saccheggi, solo slogan, cartelli e striscionim, c controllata con discrezione dalle forze dell’ordine. “Al Supermercato non c’è più niente? Mangiate i ricchi”. “Affitti? Più 25%”. “Facciamo come in Francia”. “Contro guerra e carovita Livorno unita”, “Chi semina cemento raccoglie resistenza” citano i pezzi di stoffa.
La città, o buona parte di essa, si è fermata. Buona parte degli asili chiusi. Le scuole medie e superiori a macchia di leopardo, dove il personale ha scioperato i cancelli non sono stati neppure aperti. Al porto presidio dalle prime luci dell’alba al Ponte Genova, bloccato il Costiero Gas Eni, anche qui fumogeni arancioni e bandiere: i portuali non ci stanno a lavorare su navi che spediscono armi nei teatri di conflitto. Garantiti i servizi essenziali a Palazzo Civico, gli autobus hanno viaggiato comunque, anche se la festosa invasione del centro ha costretto a cambi di tracciato. Bloccato anche il viale Italia, fino alla Terrazza Mascagni.
Il corteo, enorme, lentissimo, civile e colorato, urlava slogan per la giustizia salariale, contro la guerra e il riarmo, contro le scelte di questo governo. Cartelli con i politici ritratti a testa in giù. Decine le bandiere palestinesi che garrivano al vento fresco. Diversi negozi con le serrande abbassate, compresi i banchetti del mercato in piazza Cavour. Sfilano anche i Vigili del fuoco, i tifosi della Curva Nord: ci sono proprio tutti dentro questo fiume di protesta. Livorno si è fatta sentire, forte e chiaro, e soprattutto ha dato dimostrazione di grande compostezza e civiltà, in una mattinata che ha unito le generazioni. Non era scontato, non è poco.











