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Pietra di inciampo per Gigliola Finzi, emozione per la piccola uccisa ad Auschwitz

Redazione di Redazione
27 Gennaio, 2021
Pietra di inciampo per Gigliola Finzi, emozione per la piccola uccisa ad Auschwitz

Pietra di inciampo per Gigliola Finzi, emozione per la piccola uccisa ad Auschwitz

Giorno della Memoria: il racconto della barbara uccisione della piccola Gigliola Finzi nel diario di Frida Misul. La pietra d’inciampo per non dimenticare

Di Gigliola Finzi, la bambina pochi mesi uccisa dai nazisti poco prima dell’ingresso ad Auschwitz, e alla quale è stata dedicata ieri la nuova pietra d’inciampo in via Verdi 25, parla Frida Misul nel suo diario. Reduce livornese dell’Olocausto, nel suo diario una delle prima testimonianze scritte sull’orrore delle deportazioni scrisse:

“Ad un certo punto, prima di aspettare l’ordine per incamminarci di nuovo, un tedesco, per caso, vide che una delle ragazze teneva un grosso involto tra le braccia. Le fu intimato di far vedere che cosa c’era dentro e questa, tutta sconvolta e tremante, aprì uno scialle nero di lana e apparve una bella bambina di circa 6 mesi. La madre supplicò tanto il tedesco di non farle del male e chiese di andaredove sarebbe andata sua figlia per seguire lo stesso destino. Ma il tedesco con un grande sogghigno prese la povera creatura, le strappò i poveri stracci di dosso e poi, con grande sveltezza, la scosciò davanti agli occhi inorriditi della madre e di noi tutti. La povera donna non sopportando il grande dolore, cadde subito morta ai nostri piedi. Questa signora era livornese come me, si chiamava Berta Della Riccia. Fu arrestata assieme ai suoi familiari per essere condotta ad Auschwitz. Di tutta la famiglia non è rimasto alcun superstite, perché tutti furono uccisi nelle camere a gas”.

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Per Gigliola Finzi la pietra d’inciampo indica l’ultima abitazione della sua famiglia livornese prima della deportazione, ma anche il luogo che non poté essere la sua casa. Nacque infatti il 19 febbraio 1944 nel campo di raccolta di Roccatederighi, vicino a Grosseto, da genitori livornesi – la madre Berta della Riccia e il padre Natale Finzi – e fu deportata e uccisa poco prima di entrare ad Auschwitz tre mesi dopo, per l’esattezza il 23 maggio 1944.

La cerimonia

La brevissima vita di Gigliola, e la sua ingiusta fine, è stata ricordata nel corso di una cerimonia organizzata, tra le iniziative per il Giorno della Memoria, dalla Comunità di Sant’Egidio insieme al Comune di Livorno, con la collaborazione della Comunità Ebraica, della Diocesi e di Istoreco. Cerimonia conclusa con la deposizione di fiori davanti alla sua stolpersteine, piccolo blocco di pietra, ricoperto da una lastra di ottone sulla quale è riportato il nome, l’anno di nascita, il giorno ed il luogo della deportazione, la data di morte della povera bimba.

“Le pietre di inciampo sono il simbolo visibile dell’esistenza di chi è stato deportato e ha vissuto sulla propria pelle questo orrore”, ha voluto sottolineare all’apertura della cerimonia il Prefetto Paolo D’Attilio per il quale “la memoria è il vaccino per proteggere le persone più deboli evitando che certe vicende si ripetano”.

L’assessore alla Cultura Simone Lenzi ha sottolineato che “questa è una ricorrenza a cui personalmente partecipo con grande trasporto. È di qualche giorno fa l’intervista a Emanuele Filiberto di Savoia che chiedeva scusa per le leggi razziali. La prima cosa che ho pensato: certo non una gran prontezza di riflessi. La ferita profonda delle leggi razziali dipende e deriva dal fatto che gli ebrei come tanti altri italiani furono in prima fila nel Risorgimento, pagarono il loro tributo di sangue nella Prima Guerra mondiale, questo dimostra quanto mai vili e scandalose furono le leggi razziali e il comportamento di tanti italiani. Non deve esistere una versione autoassolutoria di questa storia, le leggi razziali non furono solo un tributo pagato all’ alleato tedesco: l’antisemitismo era già moneta corrente in Italia, quella serpe c’è sempre e dobbiamo avere la prontezza di metterci il piede sopra. Ricordo anche che Livorno senza ebrei non esisterebbe, la nostra città è nata con gli ebrei, l’eredità ebraica è nella nostra cultura, nei nostri usi, perfino nella nostra cucina. Il Giorno della Memoria riguarda tutti i livornesi”.

“Siamo una minoranza, abbiamo le nostre tradizioni, ma gli ebrei sono italiani e sono europei, sono in tutto il mondo, hanno contribuito allo sviluppo non solo di Livorno ma dell’Europa – ha aggiunto il Presidente della Comunità Ebraica di Livorno Vittorio Mosseri – e dobbiamo uscire dalla contrapposizione “io, noi, loro”. Non sono accettabili le offese a chi è ebreo – ha aggiunto – di recente il nostro Rabbino è stato offeso al mercato”.

Estremamente commovente la testimonianza di Edi Bueno, 90 anni, che ha narrato un episodio apparentemente da nulla prima della deportazione della sua famiglia, quando ancora la vita a Livorno scorreva apparentemente normale: “Ero una bambina. Al bar Lazzeri in via Grande la commessa negò a me e a mio fratello un gelato. Protestai con il proprietario. Per tutta risposta mi mostrò il cartello all’ingresso: “E’ vietato vendere il gelato agli ebrei”..

Redazione

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