di Giorgio Billeri
Il calcio è sentimento, passione, umana fallibilità. Il calcio è fatto da uomini, pensato da uomini. Gente che lavora, e che sbaglia. A volte per caso, a volte per malasorte, a volte per cocciuta perseveranza o per cieca fiducia nelle proprie convinzioni. Da una panchina si vede il mondo muoversi e cambiare, un mondo verde di 22 ragazzi che incrociano tacchetti, sudore e speranze in 90 minuti che sono metafora della vita. Dove ci sono gloria, tormento, Dea Bendata o fato avverso.
La panchina ti esalta e ti stritola. E tu sei solo, lì in piedi, a tracciare linee immaginarie, a pensare, a mischiare elementi come un alchimista mentre la folla dietro di te applaude o fischia, pollice alto o pollice verso come nel Colosseo, perché questo è il calcio.
E Livorno non è un Colosseo semplice, se ne esiste uno. Qui la gente è divorata da una passione cieca, quando applaude ti fa toccare le stelle, quando ti fischia e contesta si apre la voragine dalla quale è difficile riemergere. Lo sa bene Alessandro Formisano, uomo che ha lavorato ed ha sbagliato. Lo sa bene Roberto Venturato, che archivia i primi applausi, ma da uomo saggio sa bene che la ruota fa presto a girare, e i momenti belli vanno sorseggiati subito, come un brut millesimato, perché arriverà anche il tempo del pane duro.
Diversi, opposti, sole e luna, Zenith e Nadir i due tecnici di questa stagione amaranto, complicata e affascinante come un cubo di Rubik. Distanti per età, approccio e convinzioni tattiche. Prodotto del nuovo calcio l’uno, tutto braccetti, aggressione covercianese ed asticelle mentali da superare il ragazzo di Napoli, depositario del vecchio pallone di provincia l’altro, posato signore arrivato dalle brume padane.
I NUMERI
Uomini diversi, divisi da tutto. Anche dai numeri che nel calcio spesso non rivelano tutto, ma spiegano molto. Due versioni opposte del Livorno, certificate anche dalle cifre. Intanto, quella più lampante, ovvia e scontata, la produzione offensiva. Il ciclo Formisano ha portato a una media realizzativa di 0,57 a partita: un deserto della felicità, una sete perenne mai soddisfatta. Venturato, col suo football più diretto, semplice, incisivo ha triplicato il dato: gli amaranto adesso ne mettono dentro 1,6 a partita. Non è poco, in un campionato storicamente avaro. Con il maturo signore padano che ha consegnato l’elisir a Dionisi e Di Carmine, 77 anni e dieci gol in due, perchè l’età è solo uno stato dell’anima.
Anche in difesa le cose sono cambiate. Venturato difende a quattro, ha promosso Baldi e Noce a coppia di corazzieri del Quirinale, ha arretrato e rigenerato Mawete, ha imposto ad Antoni, Gentile o Haveri dalla parte opposta di sganciarsi, ma con giudizio. Così, nei primi cinque capitoli del suo romanzo labronico, ha subito un gol esatto a partita mentre il tecnico partenopeo ne incassava 1,57. Il possesso palla non sembra essere un mantra di Venturato: il Livorno controlla palla per il 44% del tempo, con Formisano era al 47%: calcio più diretto e verticale, adesso, e meno passaggi: di amaranto adesso ne effettuano 268 a partita contro il 309 della gestione precedente. In sostanza, lancio immediato per il trio d’attacco (Peralta è trequartista di chiaro stampo offensivo) invece di un fraseggio orizzontale che spesso non impensieriva le retroguardie avversarie.
Il Livorno di Venturato, anche per una preparazione atletica mirata, è senza dubbio più fisico: si chiama pressing, per usare un termine dolcemente desueto, o attacco all’uomo, anche a rischio di far fallo: gli amaranto adesso ne commettono 18 a partita contro i 15,4 della gestione Formisano, con un intento chiaro, spezzare sul nascere le giocate avversarie. E così il dato dei contrasti vinti passa da 34,28 a 37. Infine le palle perse: il Livorno di Formisano sprecava 4,78 palloni per gara, quello di Venturato 4,30.
Numeri, solo numeri. Che non sono tutto, ma molto spiegano. Anche se, alla fine, il calcio è il gioco più serio del mondo ed è fatto da uomini. Che non sono numeri: sbagliano, soffrono, coreggono, gioiscono. E stanno sempre lì da soli, davanti alla panchina, sapendo che la loro fortuna è passeggera. Sempre.








